Nello sport lo stretching assume un’importanza basilare in quanto è
proprio grazie a questo particolare sistema di
allungamento/allenamento che il praticante raggiungerà la massima
(ovviamente individuale) flessibilità muscolare.
1-
Origini dello stretching
La
parola “stretching” è un termine che proviene dall’inglese “to stretch”
che in italiano significa allungamento. È una metodica che consiste
nell’allungamento muscolare e nella mobilizzazione delle articolazioni
attraverso l’esecuzione di esercizi di stiramento, semplici o
complessi, allo scopo di mantenere il corpo in un buono stato di
forma.
IL
SARCOMERO - Unità contrattile del muscolo
Lo
stretching è arrivato in Europa e in Italia, sulla scia della
ginnastica aerobica e della cultura del tempo libero e della cura del
corpo, giunte come sempre da oltre oceano. Le origini dello stretching
sono varie; quello più conosciuto è quello codificato da Bob Anderson.
Gli esercizi di stretching sollecitano, oltre alle fibre muscolari, il
tessuto connettivo (tendini, fasce ecc.) presente nella struttura
contrattile. Il tessuto connettivo è estensibile (può essere
allungato), ma se non viene regolarmente sollecitato con l’esercizio
fisico, in breve tempo perde questa caratteristica essenziale.
Parlando di stretching è anche d’obbligo parlare della mobilità
articolare (conosciuta anche come: articolarità, flessibilità,
estensibilità, ecc.): è la capacità di compiere movimenti ampi ed al
massimo della estensione fisiologica consentita dalle articolazioni.
Questa capacità è condizionata:
-
dalla struttura ossea dell’articolazione;
-
dalle sue componenti anatomiche e funzionali
(grado di estensibilità dei legamenti, tendini e muscoli);
-
dalla temperatura dell’ambiente;
-
dal livello di riscaldamento del corpo.
È
importante ricordare che le fibre muscolari si adattano rapidamente a
qualsiasi situazione.
2-
Tipi di stretching
Non esiste una sola forma di stretching, anche se quello più
conosciuto è, come già detto, quello codificato da Bob Anderson. In
questo capitolo prenderemo in considerazione quelli più conosciuti.
Stretching balistico
È
il primo tipo di allungamento conosciuto e in genere non viene
utilizzato nei centri sportivi, palestre, club perché è pericoloso in
quanto fa attivare nel muscolo il riflesso di stiramento (riflesso
incondizionato che ordina al muscolo di reagire ad una tensione brusca
con una rapida contrazione, con elevato rischio di trauma muscolare).
È
un sistema di stretching vecchio e ormai accantonato per la sua
pericolosità. Il metodo è molto semplice, si arriva in posizione di
allungamento e poi si inizia a molleggiare.
Stretching dinamico
Questo
sistema è consigliato in programmi sportivi in cui sono previsti
movimenti ad elevata velocità, poiché agisce sull'elasticità di
muscoli e tendini. Il muscolo agonista contraendosi rapidamente tende
ad allungare il muscolo antagonista (il muscolo che in questo
esercizio vogliamo allungare); si effettuano, quindi, movimenti a
"rimbalzo" con una certa rapidità. La tecnica consiste nello slanciare
in modo controllato le gambe o le braccia, in una determinata
direzione, senza molleggiare, rimbalzare o dondolare.
Leggi dello stretching dinamico:
- procedere ad un riscaldamento generale
(cardiovascolare) e settoriale (rotazione delle articolazioni: collo,
spalle, gomiti, polsi, ecc.);
-
iniziare con slanci lenti e sciolti e gradatamente aumentare
l’ampiezza oppure la velocità di esecuzione.
-
non slanciare in modo incontrollato (tipo stretching balistico).
-
controllare il movimento.
-
terminare gli slanci quando si manifestano i primi segni di fatica in
una diminuzione di ampiezza e velocità.
-
non allenarsi quando i muscoli sono affaticati, i muscoli stanchi sono
meno flessibili, meno veloci e più soggetti a traumi.
-
per sport altamente tecnici (come ad es. il Taekwon-Do) è necessario
prestare particolare attenzione all’allineamento dei segmenti
corporei.
Stretching statico
È
il sistema di stretching più conosciuto, quello codificato da Bob
Anderson. Questo sistema di stretching, con le sue posizioni e il suo
modo di respirare, prende spunto dallo yoga e fonda la sua pratica in
esercizi di stiramento muscolare allo scopo di mantenere il corpo in
un buono stato di forma fisica. Si raggiunge l’allungamento muscolare
tramite posizioni di massima flessione, estensione o torsione. Queste
posizioni devono essere raggiunte lentamente in modo da non stimolare
nei muscoli antagonisti il riflesso da stiramento.
Riflesso da stiramento
Raggiunta la posizione va mantenuta per un tempo da 15 a 30 secondi, è
importante che l’estensione non superi la soglia del dolore.
Leggi dello stretching statico:
1.
Trazione costante senza molleggi da 10 a 30 secondi.
2. Mai oltre la soglia del dolore.
3. Riscaldamento generale prima dello stretching.
4. Abbigliamento comodo.
5. Ambiente non rumoroso.
6. Suolo non freddo.
7. Concentrazione.
8. Non confrontarsi con altri.
9. Controllo del respiro.
10. Alternare l’estensione dei muscoli agonisti con quelli
antagonisti.
11. Programma razionale, meglio se sviluppato da personale
qualificato.
Stretching statico attivo
Gli esercizi di stretching statico attivo consistono in esercizi
eseguiti con ampiezza di movimento e sostenendo l’arto o il segmento
corporeo contraendo isometricamente i muscoli agonisti.
Leggi dello stretching statico attivo:
1. Se
vi sono esercizi in sospensione per le gambe, le prime volte
utilizzare dei rialzi.
2. Esercitare i muscoli stabilizzatori, specifici della
posizione, mediante appositi esercizi.
3. Aumentare la forza e la resistenza generale, in
particolare della sezione addominale e lombare.
4. Sviluppare al massimo la mobilità articolare.
P.N.F.
Deriva dalle parole inglesi “Proprioceptive Neuromuscolar Facilitation”
che in italiano significa “facilitazione propriocettiva neuromuscolare”.
Questo sistema di stretching è diviso in 4 tempi:
-
Si raggiunge il massimo allungamento del muscolo in modo graduale e
lento.
-
Si esegue una contrazione isometrica per circa 15/20 secondi (sempre
in posizione di massimo allungamento).
-
Rilassamento per circa 5 secondi.
-
Si allunga nuovamente il muscolo (contratto precedentemente) per
almeno 30 secondi.
L’intero procedimento è da ripetere per due volte. Questo tipo di
stretching, viene usato molto nella terapia di riabilitazione.
C.R.A.C.
Deriva dalle parole inglesi “Contract Relax Antagonist Contract” che
in italiano significa “contrazione, rilassamento e contrazione dei
muscoli antagonisti”. È simile al P.N.F., si differenzia nella fase
finale dell’allungamento. Prevede, infatti, l’intervento attivo
(contrazione) dei muscoli antagonisti (in questo caso agonisti del
movimento) a quelli che si stanno allungando. Anche in questo caso è
necessaria la presenza di un compagno che collabori nella contrazione
isometrica iniziale dei muscoli che si vogliono allungare, e che dia
anche un ulteriore aiuto, nella fase finale di allungamento, alla
contrazione dei muscoli antagonisti. In questo sistema vi è una
contrazione e un rilassamento del muscolo agonista quando viene
contratto con forza l’antagonista.
C.R.S.
Significa
“Contrazione, Rilassamento e Stretching. Questo sistema consiste nel
contrarre isometricamente il muscolo in questione per 10/15
secondi, rilassarlo per 5/6 secondi e attuare l’allungamento.
Stretching
globale attivo (o decompensato)
Lo
stretching globale attivo si basa sul principio che solo gli
stiramenti globali sono realmente efficaci. Gli stiramenti vengono
effettuati mediante posizioni che allungano tutta una catena muscolare
portando così ad una rieducazione della postura. È una forma di
stretching innovativa e consiste nella rieducazione posturale per la
prevenzione ed il trattamento delle alterazioni dell’equilibrio tonico
dei muscoli e dell’equilibrio neurovegetativo riconducibili, in questo
caso, alla pratica sportiva. Lo stretching globale attivo trae i suoi
principi dalla Rieducazione Posturale Globale, metodo del “Campo
Chiuso”, creata da Philippe E. Souchard. L’importanza di questo
sistema è che non agisce sul singolo gruppo muscolare ma nella
globalità del corpo. Secondo la teoria del creatore di questo sistema,
quando eseguiamo un esercizio di stretching classico su un muscolo (o
un gruppo muscolare), otteniamo una parte di allungamento delle fibre
interessate e una parte di allungamento che viene preso a “prestito”
da altri gruppi muscolari. In altre parole, quando si allunga un
muscolo, altri gruppi muscolari devono cedere la propria tensione per
permettere l’allungamento del muscolo in questione. Tale meccanismo
darà una falsa mobilità al muscolo. Questo sistema fa comprendere che
ogni volta che si mette in funzione un determinato muscolo, si crea un
movimento nell’intera struttura e da ciò si capisce che la struttura
dell’uomo è organizzata in catene muscolari. Uno dei principi
fondamentali, sfruttati dallo stretching globale attivo, è la
globalità che prevede, quindi, l'interessamento di tutti i segmenti
del corpo nello stesso momento attraverso la realizzazione di
particolari posizioni che evolvono in maniera dolce e progressiva, con
l'interessamento della respirazione, verso una posizione finale di
massimo allungamento. Un'altra caratteristica necessaria è costituita
dalla partecipazione "attiva" dei distretti muscolari interessati
dallo stiramento attraverso la contrazione isotonica-eccentrica,
ricercandone così il rilasciamento riflesso. Vengono utilizzate 9
(nove) posture, ognuna con la specificità di agire su una serie
determinata di “catene muscolari”. Nella pratica sportiva, in
alternativa allo stretching tradizionale, permette un maggiore
allungamento muscolare, controllato attivamente dal soggetto con
sequenze coordinate. Ciò realizza un riequilibrio delle tensioni e
permette una maggiore economia del sistema con un aumento quindi della
performance atletica. Sembra, inoltre offrire una valida prevenzione
contro le patologie da sovraccarico muscolo-tendinee.
3-
Esempi di stretching
Stretching dinamico
Stretching statico
Stretching statico attivo
P.N.F.
Stretching globale attivo
4-
Respirazione
È
importante ricordare che qualsiasi sistema di stretching si stia
attuando, la respirazione deve essere normale e tranquilla. Non
bisogna mai trattenere il respiro durante un esercizio di
allungamento. Lo scopo di una corretta respirazione è importante
perché una buona ossigenazione attenua lo stato di tensione
dell’atleta fino a portarlo ad uno stato di equilibrio delle sue
funzioni fisiologiche e quindi anche del tono muscolare. La posizione
deve permettere una corretta respirazione. Se la posizione mantiene il
muscolo in un’eccessiva tensione è probabile che la respirazione
diventi affannosa o difficoltosa, in questo caso è importante
diminuire la tensione finché la respirazione non diventerà naturale.
La concentrazione deve essere sia sulla respirazione, sia
sull’esercizio che si sta attuando.
5- Praticanti dello stretching
Esistono tre categorie nelle quali classificare i possibili
praticanti lo stretching.
1- Sportivi
Chi cioè regolarmente pratica un’attività fisica, a loro volta
divisi in due sotto categorie:
-
Sportivi dilettanti.
- Sportivi agonisti.
Per gli sportivi dilettanti è indicato lo stretching statico in
quanto consente di acquisire e mantenere una buona flessibilità. Per
gli sportivi agonisti lo stretching statico è indicato come
riscaldamento o defaticamento, ma è indicato usare il P.N.F. come
preparazione specifica, in quanto influisce in misura maggiore sulla
mobilità articolare migliorando così la prestazione.
2- Individui sotto terapia correttiva o riabilitativa
In questi casi la casistica è ampia e differenziata e la migliore
scelta è sempre nelle mani di un professionista qualificato nel
settore della riabilitazione.
3- Individui inattivi
Lo stretching contribuisce notevolmente ad evitare o ridurre la
rigidità delle articolazioni. Lo stretching, grazie alla sua
semplicità e grazie al non utilizzo di attrezzature o spazi grandi
può essere praticato facilmente da questi soggetti.
6-
Test di valutazione della flessibilità
I
test di valutazione della flessibilità, sono molto importanti nella
vita dello sportivo (sia agonista che non agonista) in quanto
permettono di conoscere i propri miglioramenti nel corso degli anni.
Di
seguito sono riportati due esempi di test di valutazione della
flessibilità.
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TEST DELLO SGABELLO
Obiettivo:
Valutazione della massima flessibilità
Attrezzatura:
Sgabello al cui piano di appoggio corrisponde lo zero di un
tabellone centimetrato; la parte superiore allo zero viene
indicata come zona negativa, quella inferiore come positiva.
Descrizione:
L’atleta dopo essere salito a piedi nudi sullo sgabello, deve
flettersi il più possibile in avanti tenendo le gambe tese e
facendo scorrere le mani sul tabellone centimetrato. Il movimento
deve essere eseguito senza oscillazione del tronco. Il punto di
massima flessione deve essere mantenuto per qualche secondo.
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