L'EPICONDILITE
OMERALE
Vincenzo
Candela
Specialista
in Medicina dello Sport, Ortopedia e Fisiatria.
Istituto
Nazionale di Medicina dello Sport - C.O.N.I.
INTRODUZIONE
Il termine "gomito del tennista" o epicondilite
omerale si riferisce, generalmente, ad una sindrome dolorosa
localizzata all'epicondilo laterale, ed è secondaria all'insulto
micro-traumatico dei tendini dei muscoli estensori del polso e della
mano a livello della loro inserzione prossimale (tendinite
"inserzionale"). E' una patologia degenerativa infiammatoria
che, anche se abbastanza comune e spesso invalidante, a causa della
sintomatologia spesso modesta nelle fasi iniziali, è sottovalutata e
giudicata come qualcosa di clinicamente banale. Al contrario, le
difficoltà terapeutiche e la frequenza delle recidive richiedono una
valutazione clinica e diagnostica rigorosa, così come una
applicazione di misure preventive corrette.
EZIOPATOGENESI
Le varie forme di epicondilite omerale rientrano nella
generica categoria delle patologie da azione meccanica sull'inserzione
dei tendini. La causa scatenante può essere un singolo trauma, o,
più frequentemente, una serie ripetuta di micro-traumi. La presenza
di fattori facilitanti sia interni che esterni deve essere presa in
considerazione: ad esempio il sovraccarico funzionale, in particolare
se associato ad una limitata estensibilità e/o capacità contrattile
dei muscoli dell'avambraccio, è uno dei fattori eziologici più
importanti. Allo stesso modo appare importante la predisposizione
individuale come fattore causale delle patologie dei tendini in
generale e dell'epicondilite in particolare. Infatti, stessi fattori
meccanici non producono quadri patologici uguali, in quanto per ogni
individuo si modifica il substrato anatomico, bioumorale e metabolico,
su cui agisce la causa patogena, determinando una differente reazione
individuale e le relative manifestazioni cliniche.
I più importanti fattori patogeni esterni che possono
determinare l’epicondilite sono:
A) il livello di abilità tecnica: l’epicondilite è più frequente
fra gli atleti di basso livello e i giocatori occasionali di tennis
che fra i professionisti, anche se essi si allenano molte ore ogni
giorno. È chiaro che il corretto movimento tecnico, sostenuto da un
corretto equilibro dei muscoli agonisti ed antagonisti, riduce al
minimo il rischio di danno dovuto allo stimolo funzionale.
B) L'uso di racchette con caratteristiche tecniche e strutturali non
adeguate (ad esempio, una racchetta molto rigida) può condizionare la
resistenza del tessuto muscolo tendineo allo stimolo funzionale.
C) Le dimensioni del manico della racchetta. E’ opportuno ricordare
che se un manico di diametro ridotto permette un miglior controllo del
gioco, il carico di forza sui muscoli dell'avambraccio, attraverso una costante
contrazione isometrica, diventa un'ulteriore causa di sovraccarico.
D)
Il
modo di impugnare la racchetta. L’impugnatura condiziona
i movimenti di flessione ed estensione del polso e, di
conseguenza, determina il grado di sovraccarico funzionale
applicato sui tendini che s’inseriscono a livello del
gomito. Nel tennis ci sono tre stili differenti di
impugnatura: continentale, occidentale ed orientale,
quest’ultimo è quello maggiormente usato tra i
professionali
E) La tensione delle corde, il materiale strutturale della
racchetta, la qualità della pallina sono tutte cause che
possono influenzare l'intensità dell’impatto durante il
gioco. Le corde in budello, ad esempio, a differenza di
quelle in materiale sintetico, sono capaci di assorbire la
maggior parte delle vibrazioni causate dall'impatto della
pallina sulla racchetta.
INCIDENZA
La fascia d'età più frequentemente colpita da questa patologia
è quella dell’adulto definito “maturo”, cioè,
uomini e donne fra 30 e 50 anni. Compare più
frequentemente fra i dilettanti che fra i professionisti
ed i semi-professionisti. È certamente la patologia più
comune fra i giocatori di tennis, ma si può riscontrare
anche nei giocatori di golf, negli schermitori e nelle
diverse specialità dei lanci dell’atletica
leggera.
La patologia interessa anche soggetti che non praticano sport,
quali le casalinghe, i carpentieri, le dattilografe, i decoratori della casa, i pittori,
gli orologiai ecc., cioè persone le cui professioni richiedono
l'uso continuo e ripetuto dei muscoli estensori del polso e
della mano e che effettuano continui movimenti di
prono-supinazione.
DIAGNOSI
L’epicondilite è caratterizzata da dolore sul gomito, che può
irradiarsi ai muscoli dell'avambraccio ed aumentare durante
l'estensione del polso e della mano. Nella fase iniziale il
dolore compare solitamente durante il movimento tecnico o mentre
si solleva un peso. Successivamente persino le azioni
giornaliere ordinarie, come la stretta di mano, lo scrivere,
l’apertura di uno sportello o il sollevare una bottiglia,
possono causare dolore acuto e intenso a livello
dell’inserzione osteotendinea epicondiloidea dei muscoli
dell’avambraccio.
Obiettivamente, la pressione sull’epicondilo laterale causa un
dolore acuto; anche le manovre di estensione contro resistenza
del polso e del terzo dito della mano risvegliano il dolore.
Le indagini radiologiche convenzionali sono di poco aiuto nella
diagnosi di questo genere di patologia; solo nelle fasi avanzate
possono rivelare la formazione di calcificazioni vicino
all'inserzione dei tendini.
La diagnosi differenziale deve essere posta nei confronti della
Sindrome del Tunnel Radiale, peraltro rara, che consiste
nell’intrappolamento del nervo interosseo posteriore e si
manifesta con i sintomi di una cervico-brachialgia con segni di
artrosi e di osteocondrosi del gomito.
La compressione del nervo
interosseo posteriore è dovuto alle formazioni fibroaponeurotiche,
all'ipertrofia muscolare e a piccole aderenze. Inoltre il dolore, a
differenza dell’epicondilite, è presente anche a riposo e talvolta
anche di notte. L’esame elettromiografico, nella maggior parte dei
casi, rivelerà una riduzione della velocità di conduzione del nervo.
Nella cervico-brachialgia
il dolore è distribuito lungo tutto il braccio, inoltre la parestesia
e l’ipostenia muscolare facilitano la diagnosi.
In presenza di artrosi e
di osteocondrite, il dolore è solitamente meno intenso, ma aumenta
durante la flessione e l’estensione del gomito, specialmente durante tutti i gradi di libertà di movimento del gomito; in questi
casi un esame radiografico è sufficiente per eliminare tutti i
dubbi.
TERAPIA
1) Nelle fasi di dolore acuto risultano
particolarmente efficaci i farmaci antinfiammatori non-steroidei
(FANS) assunti per via sistemica o locale (unguenti, gel, cerotti
ecc.), possibilmente associati con impacchi di ghiaccio (applicazioni
di venti minuti due volte al giorno, con cicli di otto - dieci
giorni). Durante il trattamento il paziente deve interrompere
l'attività sportiva specifica ed evitare quei movimenti giornalieri
che coinvolgono i muscoli dell'avambraccio.
2) La fisioterapia, soprattutto la laserterapia, è
consigliabile nei casi in cui il dolore si irradia ai muscoli
dell'avambraccio.
E’ inoltre consigliabile la Mesoterapia che
grazie ad una maggiore concentrazione locale di farmaco, riduce il
dolore e l’infiammazione evitando gli effetti secondari
indesiderabili dei FANS. Dopo ogni trattamento mesoterapico è
consigliabile applicare sulla zona trattata pomate in gel, a base di
FANS e composti di eparina, per ridurre gli effetti secondari causati
dagli aghi e per rinforzare l’effetto antalgico ed antinfiammatori
del trattamento mesoterapco stesso.
L'infiltrazione locale con preparati a base di
cortisonici può essere usata, ma soltanto nei casi in cui i sintomi
persistano dopo i trattamenti sopra menzionati, e in ogni caso
dovrebbero essere effettuati solo per un numero limitato di
volte.
E’ molto importante che, una volta cessato il
dolore e verificato il recupero attivo, la ripresa della normale
pratica sportiva avvenga solo dopo un periodo di idoneo e sufficiente
ricondizionamento atletico, che dovrà consistere in esercitazioni di
forza (contrazioni isometriche ed isotoniche che coinvolgano i muscoli
dell'avambraccio) alternate ad esercizi di allungamento. In
questo modo saranno ridotti i rischi di recidive. Al contrario le
recidive si avranno in particolare quando gli atleti, non avvertendo
più dolore e ritenendosi erroneamente guariti, riprendono a giocare
senza seguire le istruzioni terapeutiche descritte in
precedenza.
Grande attenzione deve essere prestata inoltre alle caratteristiche
della racchetta ed all’esecuzione del gesto tecnico. Il medico
specialista, in collaborazione con l’allenatore, deve assicurarsi
che tutte le precauzioni tecniche possibili siano state prese onde
impedire la recidiva della patologia.
In ogni caso, malgrado il rispetto di tutti gli accorgimenti
terapeutici, una piccola percentuale (circa 5%) dei casi del
epicondilite diventa cronica. In questo caso e soltanto come ultima
risorsa, può essere presa in considerazione la terapia
chirurgica.